mercoledì 31 marzo 2010

"ARABELLA" La Città e la Perdita

Una notte viaggiando tra boschi innevati, e con me un fugace pensiero nella testa, apparve Arabella. Da un ponte oscillante ma deciso, in un’oscurità avvolgente con argentate venature e accecanti riverberi dalle forme sottili ma opprimenti, dall’aria leggera ma viscosa, dal vento penetrante ma vellutato, l’orizzonte impercettibile riportò la mia attenzione verso una luce lattescente proprio in un crepaccio vicino al mio sguardo: essa era l’anima informe e impenetrabile del suo nucleo, del suo capire, del suo mutare, del suo distorcere agli occhi umani ogni attimo di vita. L’identità dell’essere era succube e prigioniera dell’aurea impalpabile di foschia, rapida e pungente nello scegliere e segnare con stridenti ticchettii ogni singolo frammento delle insipide sagome che vedevo svicolare velocemente intorno a me e scomparire nella coltre grigiastra.

Con sarcasmo e dedizione, con subdolo piacere, disgregava il semplice e vulnerabile involucro di cristallo in cui era racchiusa e cresciuta; affinché il tempo irrompa inesorabilmente con l’ultimo e sonoro frammento, sfilacci quello che siamo in mille schegge specchiate per ricoprire l’intera superficie della città, ormai torbido tepore, che riprende prepotentemente forma. Una città viva che si nutriva di ogni fervido sapore di fantasia…

Dopo il ponte la foschia mi abbagliò, ed io impaurito mi gettai nella prima uscita che il mio sguardo vide, ed entrai in quello che sembrava essere uno scheletro di un imponente grattacielo.
L’oscurità mi avvolse un’altra volta, trovandomi però in una dimensione impalpabile, poiché l’intero spazio era ricoperto da specchi e riflessi, ove filamenti scuri e rigidi fluttuavano intorno e me: mi sfioravano, mi deridevano. Essi venivano convogliati in un unico punto del soffitto, vitreo, dove improvvisamente cambiavano colore e forma.

Investiti da una luce accecante diventavano bianchi e sinuosi, erano in continua crescita e perenne cambiamento, sembrava quasi che lo spazio respirasse, creasse, crescesse…

Uno spazio vivo in continua evoluzione e movimento; i filamenti si intersecava, si rincorrevano, dando sfogo ad ogni mio gioco, lo spazio diventava, così, essere vivente con tutte le sue esigenze. E sentivo sussurrarmi all’orecchio: ”toccami, tirami, mangiami, sfiorami, sorridimi…”. AP&BV


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